La consapevolezza retrograda: perché ci accorgiamo dopo di alcune cose importanti?


Una delle cose che maggiormente mi colpirono quando iniziai a studiare psicologia all’Università furono quelle che un tempo venivano definite: le costanti percettive. Cioè il fatto che il nostro cervello sembri mettere apposto i dati percettivi nonostante questi siano incompleti.

Molte delle illusioni visive dei primi psicologi sperimentali non servivano per stupire le persone ma proprio per indurle a “toccare con mano” il fatto che la nostra percezione è una sorta di ricostruzione mentale della realtà.

Oggi ci occupiamo di questo affascinante mondo della percezione per giungere alla nostra cara consapevolezza, alla meta cognizione e al conosere meglio noi stessi… buon ascolto:

Ascolta “363- Consapevolezza Retrograda: perché ci accorgiamo solo dopo di certe cose?” su Spreaker.

La realtà percepita

Quando ho iniziato a studiare queste cose sapevo bene che non percepivamo il mondo in modo completo: tutti studiamo che intorno a noi esistono frequenze dello spettro visivo che non vediamo o che non udiamo. Tutti sappiamo intuitivamente di non poter percepire ogni aspetto di ciò che ci circonda, ma non è solo questo!

Il fatto più sorprendente è che nonostante si percepisca così poco la nostra percezione non è di una realtà frammentata e povera, ma al contrario è la netta sensazione di vivere momento per momento la nostra vita. Che ciò che stai leggendo adesso, ciò che senti in questo momento nel tuo corpo è così come lo stai percependo… ma non è proprio vero.

Esistono sistemi di accomodamento della realtà dentro di noi anche molto sorprendenti, uno di questi è stato citato in puntata: il fatto che quando vediamo una persona parlare su un palco, anche senza microfono, nelle giuste condizioni, lo vediamo perfettamente sincronizzato. Ma questo non è ciò che accade nella realtà, perché la luce è nettamente più veloce del suono.

Ora potrebbe arrivare qualche fisico e dirmi che forse le due distanze sono talmente piccole da non far caso a tale iato, cosa che invece percepisci con i tuoni ed i fulmini, proprio perché sono distanti. Ma la verità è che il nostro cervello mette insieme “audio e video” e ci fa percepire una realtà unitaria e senza strappi.

Fai questo piccolo esperimento, guarda lo schermo da cui stai leggendo e senza sbirciare dietro immagina che non ci sia nulla. Lo so è strano da pensare eppure è ciò che accadrebbe in prospettiva se fossi un robot che guarda un oggetto e che è impossibilitato di vederci attraverso. Ma anche se non vedi cosa c’è dietro non temi che la realtà sia scomparsa di colpo, sai che c’è qualcosa li dietro.

Viviamo in una simulazione?

In un certo senso “si viviamo in una simulazione” o meglio ancora viviamo in una rappresentazione del mondo, che fino a pochi secoli fa era data per scontata. Poi sono arrivati (o meglio tornati) i filosofi che hanno iniziato a mettere in discussione la rappresentatività 1:1 del mondo (si lo so, Platone lo aveva già detto).

Poi arrivano i medici ed i fisiologi ad indagare come avvenga tale trasformazione o meglio trasduzione dei segnali che provengono dall’esterno in rappresentazioni mentali, le nostre “mappe”. Studiando tali meccanismi siamo arrivati a comprendere che il nostro percepire è limitato, che ci sono cose che non possiamo vedere, udire o sentire.

Sembrava dunque tutto risolto: sono i nostri sensi ad essere limitati ed è per questo motivo che dobbiamo “completare la realtà”, si ma da cosa è davvero completata? Da meccanismi psicologici che in un qualche modo erano stati anticipati dai filosofi (pensa alle qualità aristoteliche o agli apriori di Kant), cioè ciò che credi, ciò che pensi e che sai sul mondo modifica come lo vedi.

Ma ovviamente non è così semplice, per Kant erano elementi costitutivi del nostro cervello, cioè “mappe preinstallate” o al di là dell’esperienza. Potremmo dire tendenze umane che poi sono state riprese dai primi psicologi come esempio per le loro teorie. E ogni psicologo ha avanzato ipotesi più o meno provate dell’importanza di questi “filtri di realtà”.

Ora se potessimo fare una sorta di analogia potremmo dire che noi non usiamo le nostre mappe per “aumentare la realtà”, come avviene per l’appunto con gli strumenti di realtà aumentata: dove vedi la realtà con più elementi. Ma è una sorta di realtà virtuale, cioè che è più costruita che aumentata. Insomma un vero casino 🙂

Tutti questi filtri

Ora alla luce di tutti questi filtri che ci separano dalla rappresentazione primaria, dal dato “empirico” (cioè da ciò che sentiamo e udiamo) viene più facile spiegare come sia possibile che ci si renda conto “dopo” delle cose che ci accadono. Perché coglierle esattamente in quel momento non solo è molto difficile ma per alcune cose è addirittura impossibile!

Tutto ciò non significa che la meta cognizione, cioè la capacità di accorgerci di ciò che ci passa per la testa sia finta, cioè sia una illusione. L’illusione è che tale meccanismo possa fare una fotografia istantanea e veritiera di ciò che ci sta intorno. No, non può farlo! Ma possiamo allenarci a cogliere quelle rappresentazioni interne, e l’unico modo per farlo e dopo che sono state create (o co-create) o elicitate.

Tutta questa parpardella mi serviva per dirti: “se non ti cogli esattamente in quel momento è del tutto normale” non stai sbagliando se ti accorgi solo dopo di aver risposto male, di esserti fissato, di non aver detto ciò che avresti voluto dire. Il che non significa che tale ritardo non possa procurare piccoli o grandi delusioni per la persona.

Non significa che non sia tremendamente frustrante il non riuscire ad agire in “tempo” secondo i nostri parametri. Tuttavia per migliorare noi stessi non ne abbiamo bisogno, cioè si ne hai bisogno ma solo nella misura in cui diventi consapevole di quei movimenti. Si, anche se tale consapevolezza arriva con qualche tempo di ritardo, la cosa importante è che, prima o poi arrivi.

Ed è quando arriva che dobbiamo coglierla e trattarla in modo gentile, non quando speriamo o pensiamo che debba giungere alla nostra coscienza. Il nostro scopo non è quello di intercettare ogni tipo di consapevolezza su eventi accaduti nell’immediato ma è restare sereni quando ci accorgiamo solo dopo che le cose sono accadute.

La gentilezza

Ancora una volta torniamo alla nostra gentilezza intesa come la modalità con cui tratti te stesso nel tuo mondo interiore. E ancora una volta voglio sottolineare quanto sia importante rinforzare il processo di accesso alla nostra consapevolezza invece che “punirlo”. E’ esattamente come per il nostro ciclo dell’attenzione:

Immagina di voler aumentare la consapevolezza di quando le persone riescono in un qualche modo a farti sentire “incapace” e di conseguenza, una volta avuta la presa di coscienza, imparare ad accogliere tale sensazione per superarla. Tale operazione implica diversi passaggi meta cognitivi: il primo è esserti già reso conto di tale sensazione.

In altre parole dovrai aver già vissuto la sensazione di sentirti “incapace”, dovrai aver già avuto una piccola presa di coscienza che ti dice: “se riesco a cogliermi in quello stato posso lavorarci” ed infine il tentativo più complesso, quello di coglierti esattamente in quel momento. Ecco se non ci riesci, come tendi a trattarti?

Trattandoti in modo poco gentile aumenti o diminuisci la probabilità di accorgerti quando capita? Ovviamente la diminuisci perché stai “punendo” un comportamento, si il fatto di coglierti in quel determinato frangente è come un comportamento mentale. L’azione intenzionale psichica agisce attraverso modalità molto simili al nostro comportamento.

La nostra meta cognizione, il renderci conto di cosa ci passa per la testa è qualcosa di più simile ad un comportamento che un pensiero. O meglio dovremmo trattarlo come tale, un po’ come se ti cogliessi a scaccolarti e ti rendessi conto solo successivamente di essere caduto in un gesto maleducato in pubblico.

Gli automatismi

Scaccolarsi è un automatismo come lo è avere certi pensieri su se stessi e sul mondo. Non sono semplici da modificare ma senza la consapevolezza non li modifichiamo per nulla, anzi possiamo solo fare finta. Certo è possibile anche modificarli al di fuori della consapevolezza ma il processo richiede un aiuto esterno, da soli ci serve meta-cognizione.

Per far si che tale processo avvenga in modo completo e armonico è necessario fare pace con il meccanismo della “consapevolezza retrograda” cioè accogliere il fatto che ci renderemo sempre conto con un “ritardo più o meno importante” dell’essere stati guidati da quel processo automatico. Ma più volte lo coglieremo e meglio sarà.

Ci tengo a dire che quando tale processo si instaura accade di riuscire non solo a cogliere il processo in divenire ma qualche volta di coglierlo in tempo per evitarlo. Ma per la maggior parte delle volte, soprattutto inizialmente, saremo quasi sempre in ritardo su tale presa di consapevolezza e dobbiamo fare i conti con tale “latenza”.

Perché è l’ostacolo più grande verso il cambiamento, non avere pazienza, non saper accettare il fatto di aver “sbagliato” di non aver ancora acquisito determinate abilità, ecc. E’ la cosa più importante per un processo di auto consapevolezza armonico, efficace e soprattutto che ci conduca ad una successiva espansione della nostra coscienza.

Si, perché se ti tratti male, se vedi quel ritardo come il fatto di essere “sbagliato” ecco che tendi a fuggire, a scappare da te stesso e quel piccolo barlume di coscienza svanisce in un lampo lasciando il posto a giudizi negativi su se stessi e sul mondo. Fermiamoci, meditiamo e cerchiamo di farlo con gentilezza e curiosità.

Continueremo questo argomento nel nostro Quaderno degli esercizi (Qde) per affrontare temi ancora più approfonditi…

A presto
Genna



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