Minaccia e attaccamento: 2 circuiti cerebrali che spiegano un sacco di cose…


Esistono dentro ognuno di noi strutture biologiche che ci accomunano, non sono “gambe o braccia” ma circuiti neurali che hanno protetto e fatto prosperare la nostra specie (così come molte altre).

Oggi parliamo del sistema nervoso autonomo (SNA) e di due suoi circuiti che molti hanno sentito nominare ma che in pochi hanno realmente analizzato.

Facciamo un po’ di sana “speculazione psicologica”, buon ascolto:

Ascolta “347- Minaccia e attaccamento: 2 circuiti cerebrali che spiegano bene un sacco di cose…” su Spreaker.

Una risposta al femminile

Una delle cose che non ti ho mai detto, neanche nelle puntate precedenti è che il sistema tend and befriend è stato ipotizzato e poi scoperto da una donna, la dottoressa Taylor che lo ha declinato tutto al femminile. Affermando che tale risposta sia tipica delle donne, e in effetti la cosa sembra quadrare molto bene.

Tutti immaginiamo la donna come protagonista dell’aiuto al vicino durante una situazione di crisi ma la verità è che anche noi maschietti ne siamo forniti. Insomma siamo simili anche da quel punto di vista, solo che la dottoressa voleva sottolineare questa differenza mettendo proprio in contrasto i due sistemi di cui abbiamo parlato oggi.

Infatti il titolo del primo articolo pubblicato nel 2000 su questo tema è stato: “Biobehavioral responses to stress in females: Tend-and-befriend, not fight-or-flight” che significa “risposte biocomportamentali allo stress nelle femmine: tend and befriend e non attacco-fuga”.

Se hai ascoltato la puntata mi avrai sentito dire di non aver studiato questo circuito all’Unversità, anche perché nel 2000 ho dato quegli esami per cui era impossibile ritrovarlo come materiale. Tuttavia è una cosa di cui si sente poco parlare perché sembra sminuire l’importanza dell’attacco-fuga.

Da un lato sembra che concorrano i due sistemi, per tanto uno sembra escludere l’altro ma non è esattamente così, pensaci. Ti ricordi che qualche anno fa mi è caduto un albero gigantesco sull’auto? Bè in caso non lo ricordassi qui trovi l’episodio che gli avevo dedicato.

Una situazione di pericolo

Qualche anno fa mi è caduto un albero gigante sull’auto, per fortuna io e mia moglie non eravamo in macchina ma solo da pochi minuti. Pochi minuti prima stavamo lottando con una tempesta gigantesca per riuscire a portare la spesa a casa e una manciata di minuti dopo, la caduta dell’albero.

La prima reazione non è stata di puro “attacco-fuga” perché non abbiamo subito un trauma immediato, ma tieni conto che il giorno dopo saremmo dovuti partire per le vacanze in macchina, tutto prenotato, tutto programmato ed era una di quelle estati dove non vedi l’ora di andare in vacanza.

Insomma l’aspetto traumatico, seppur molto limitato c’è stato e la prima reazione è stata quella di attacco, volevo a tutti i costi che il propietario dell’albero (non assicurato) mi pagasse le riparazioni dell’auto prima di partire per le vacanze. Ovviamente le cose non sono andate in questo modo ma subito dopo l’evento è stato splendido sentire il calore delle persone.

Al punto tale che alla fine mi faceva tenerezza pensare anche al propietario dell’albero che anch’egli in vacanza, è dovuto tornare in fretta e furia per risolvere la questione. Insomma avevo sentimenti contrastanti di “attacco e di compassione”. I nostri stati interni sono spesso sovrapposti solo che non ce ne rendiamo conto.

Se analizzi le tue emozioni scopri naturalmente che queste sono difficilmente pure, tuttavia ci viene facile pensare che siano discrete e precise. Per questo nei miei percorsi ti invito a non essere davvero troppo preciso con il loro riconoscimento, perché sono quasi sempre “stati sovrapposti” e confusi.

Non solo durante eventi traumatici

I circuiti cerebrali di cui ci stiamo occupando non si attivano esclusivamente durante i momenti traumatici o di pericolo imminente ma si attivano anche durante la giornata, magari mentre siamo seduti comodamente al bar, nella nostra auto o mentre camminiamo per strada.

Ti è mai capitato di camminare in montagna e di confondere un ramo per un serpente? Può capitare, sei in un luogo dove sai esserci la probabilità di incontrare una vipera e il tuo sistema nervoso si prepara, anche se tu non lo sai, a rivelarne la presenza. Basta che qualcosa faccia muovere quel cespuglio e di colpo ti ritrovi a sobbalzare dallo spavento.

A volte basta una semplice narrazione: “ehi stai attento, in questa zona sono stati avvistati molti serpenti pericolosi” ed ecco che non hai neanche bisogno di intravedere “arbusti a forma di rettile” per attivare l’attacco-fuga che può anche essere descritto come “circuito della minaccia”. Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una minaccia potenziale ci attiviamo.

E come puoi immaginare non abbiamo bisogno che tale minaccia sia realmente presente per sentirci minacciati. Basta lo sguardo di sfida del conducente dell’auto che ti ha appena tagliato la strada, una notizia al telegiornale che ti invita a prestare attenzione ad una certa situazione, o il racconto di un amico su un certo luogo o una certo gruppo di persone.

Allo stesso modo per attivare il circuito dell’attaccamento non abbiamo bisogno di guardare una persona che soffre davanti a noi: basta un filmato, anche palesemente finto, osservare gli occhi di un bambino (anche in foto), ascoltare un racconto di sofferenza, sentire i gemiti di una persona in lontananza o immaginarlo.

L’attivatore dei circuiti è nella nostra mente

Per quanto tali circuiti siano biologici, siano in comune con molti altri animali e siano pressoché automatici ed ereditati, il loro attivarsi non dipende da situazioni avulse dal nostro pensiero, dalla nostra mente. Se non sai che in un certo luogo ci sono i serpenti non scambi quel ramo per un rettile o per lo meno fai molta più fatica a farlo.

Al contrario se ti convinci che entrare in un certo locale sarà pericoloso il tuo sistema della minaccia sarà attivo ancora prima di entrarci. Così come sarà attivo il tuo sistema di attaccamento al di là della situazione circostante, c’è un caso molto particolare di cui voglio parlarti, sono casi paradossali.

Quando una persona è costretta ad andare in ospedale ciò che accade è che i suoi sistemi sono entrambi accesi (e in parte in competizione): da un lato ci sentiamo minacciati dalla malattia e dal timore di averne una e dall’altro cerchiamo conforto in ogni persona con la quel incrociamo lo sguardo. Si, è anche per questo che percepisci con molta più intensità la maleducazione.

E’ per questo che il personale sanitario dovrebbe addestrarsi a comunicare in modo intelligente. Tale situazione ha fatto nascere dei conflitti in seno alla medicina pubblica che ancora oggi persistono: una valanga di denunce sul personale perché maleducato, impreparato ecc. A volte è colpa dei nostri circuiti.

Ti aspetti gentilezza e attaccamento dai sanitari ed invece vieni trattato come un oggetto è questo ti fa incazzare molto molto di più che se non fossi altrove in quel momento. Non sto difendendo i sanitari, se si comportano male o fanno del male è giusto che vengano puniti ma sto dicendo che a causa di queste predisposizioni siamo maggiormente propensi ad “attivarci”.

I paradossi dei circuiti

Tali paradossi scattano anche al contrario: in questi giorni si sente spesso parlare male di chi pratica sport da combattimento a causa di una terribile tragedia mediatica (la morte di Willy). La verità è che lo sport non c’entra così tanto, chiunque entri in una palestra di arti marziali o di contatto avrà un effetto del genere:

Se non ha mai praticato questi sport sentirà l’attivazione della minaccia, ci sono persone che non possono neanche guardare un filmato violento per qualche secondo perché si sentono male. Si attivano a tal punto da soffrire anche se stanno guardando uno scontro tra due sportivi professionisti. Si attivano entrambi i circuiti in realtà, minaccia e attaccamento.

Da un lato ci sentiamo minacciati dalla violenza e dall’altra empatizziamo con chi sta prendendo le botte. Chi invece conosce questi sport non ci vede solo questi aspetti ma anche l’agonismo, chiunque abbia mai fatto quegli sport per almeno un paio di anni (qualche mese non conta) sa che si tratta di uno sport come tutti gli altri se fatto correttamente.

Entrare in palestra, darsele di santa ragione con il tuo migliore amico non rovina l’amicizia, anzi! Si, se stracci il tuo amico giocando a pallacanestro può darsi che per i primi minuti ti guardi male, con disappunto. Ma se è un vero sportivo accetterà la sconfitta e andrete insieme a bere una buona birra dopo la partita.

La stessa cosa accade con gli sporta da combattimento, se prendi a pugni un tuo amico e lo batti sul ring, magari all’inizio ti guarda un po’ male a causa del bruciore della sconfitta non perché lo hai picchiato. Non perché lo hai fatto sentire minacciato, ma perché lo hai superato in destrezza, proprio come in qualsiasi altro sport.

Conclusioni momentanee

Ogni volta che le neuroscienze scoprono qualcosa di nuovo è necessario fare un confronto con la psicologia; sono in pochi a sapere che queste (le neuroscienze) emergono dalle scienze cognitive che derivano in parte dalla psicologia. Non si possono immaginare funzioni delle parti del cervello senza una teoria alla base.

In altre parole non puoi sapere che esiste un circuito della ricompensa se prima non hai ipotizzato la presenza della “ricompensa”. Lo so è un discorso strano ma posso assicurarti che senza l’osservazione di qualcosa che vogliamo verificare (come la ricompensa) è difficile costruire teorie e nuove ipotesi.

Se nessuno avesse osservato il comportamento di attaccamento durante le situazioni di pericolo nessun’altro l’avrebbe messa in relazione con lo stesso circuito deputato a proteggerci in tali casi: l’attacco-fuga. Questo non mi serve per dirti quanto sono fighi i miei colleghi ma per dirti che tali speculazioni in un blog che parla di psicologia sono tutt’altro che fuori luogo.

Soprattutto se tali circuiti sono legati alla nostra salute, alle nostre prestazioni e al nostro benessere a 360°. E’ un tema super affascinante che come al solito approfondiremo nel Qde.

A presto
Genn



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